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LA FEDE COMINCIA A CASA!

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La fede è qualcosa che nasce e si sviluppa spontaneamente o bisogna educarla, modellarla, definirla? gesu_famigliaSpesso mi è capitato di parlare con delle persone cattoliche (non praticanti) che dicono: “Per ora mi sembra piccolo, poi più grande lo porterò in Chiesa”, ma di fatto concluso il catechismo e la prima comunione, ci si rivede per il battesimo dei nipotini. Molti genitori, in generale si preoccupano molto della formazione umana e accademica dei loro figli e vogliono il meglio per loro, tuttavia, non danno la stessa importanza all’educazione alla fede, delegando poi la scuola e il catechismo a questo compito.
Come si è già accennato in altre riflessioni, il bambino apprende i valori, gli atteggiamenti, i comportamenti, anche religiosi, già da piccolissimo, e struttura se stesso osservando i propri genitori e le persone che gli stanno intorno e relazionandosi con loro, per cui prima dei sei anni, è già capace di cogliere lo stimolo religioso, per questo le figure parentali svolgono un ruolo importante rispetto al risveglio e alla strutturazione della religiosità infantile, che dopo il Battesimo bisogna educare ad una fede autentica, ad una relazione con il Dio vero, che non sia frutto di egoismo o di una sua immagine distorta (vedi articolo L’autostima e le maschere di Dio).
Per parlare dell’esperienza della fede nella famiglia occorre che ci siano delle condizioni di base: innanzitutto, il desiderio dei genitori di camminare nella fede, in secondo luogo, l’affetto dei genitori per i figli, in quanto i genitori possono essere modelli di identificazione per i loro figli solo se questi si sentono amati ed è a partire da ciò che percepiscono la bontà, la compagnia, il rispetto, il perdono, il mistero di un Dio buono. Essenziale è anche il clima di comunicazione, sia nella coppia genitoriale che tra questa e i figli, per niente accusatorio o moralistico, al contrario amorevole e coinvolgente. Altro elemento fondamentale è la coerenza fra quanto si dice o si chiede ai figli, e quanto si fa, perché si possono commettere errori e sbagli o trovarsi in brutti momenti, ma quello che importa è mantenere un comportamento di fondo coerente con la fede e le proprie convinzioni, altrimenti non saremo convincenti e soprattutto credibili.
Per trasmettere la fede, non occorrono doti straordinarie o lontane da noi, si possono cogliere le occasioni nella vita quotidiana, svolgendo un’evangelizzazione “occasionale”, che parli di Dio, della sua Parola, che interpreti gli eventi alla luce della fede e orienti il cammino della famiglia, attraverso la narrazione dell’esperienza di fede, dei doni e delle meraviglie che Dio ha fatto, dove la casa è il luogo primario della trasmissione della fede, prima della parrocchia. Proprio perché l’esperienza della fede si avvale di molti modi espressivi è opportuno parlare di Dio ai bambini attraverso il gioco e il linguaggio del corpo, ossia con il sorriso, con l’allegria, con l’amore che si dona e, successivamente attraverso la narrazione, in ogni caso tenendo conto dell’età e della maturità dei propri figli; e poiché soprattutto i bambini sono molto sensibili al mondo visivo, ai segni e ai simboli che aiutano a capire ciò che si vuol comunicare con il linguaggio verbale, si possono valorizzare alcuni segni tradizionali che già abbiamo nelle nostre case: un’icona o un’immagine religiosa, un cero, un simbolo sacro, uno spazio particolare.
Inoltre, la vita familiare presenta alcune occasioni privilegiate per coltivare il senso religioso ed educare alla fede, per vivere momenti significativi d’incontro con Dio, ossia le ricorrenze, le quali sono eventi che suscitano interrogativi e offrono occasioni per un ricordo, per una preghiera, per una riflessione; il momento del pasto, occasione per ringraziare il Signore e per chiedere che siano rafforzate l’unità della famiglia; la celebrazione dell’Eucaristia domenicale, culmine della vita cristiana. Un altro momento fondamentale per la vita di ogni cristiano e della famiglia è la preghiera, argomento su cui cominceremo a parlare dalla prossima riflessione, qui ci limitiamo nel dire che la preghiera unisce i membri e li rafforza nel loro essere “Chiesa domestica”, così come viene chiamata dal Concilio Vaticano II.
Dunque, sia per la formazione che per alimentare l’atteggiamento religioso, è importante prima di tutto l’esempio dei genitori, la testimonianza, come dice san Paolo “A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto[1]; bisogna avere tanta pazienza e non scoraggiarsi se i propri figli attraverseranno dei momenti di crisi e sembreranno allontanarsi da Dio, santa Monica ha pregato 30 anni per la conversione di suo figlio Agostino, e il Signore non solo ha esaudito le sue preghiere, addirittura lo ha elevato oltre ogni sua aspettativa. A volte mi chiedo se i miei figli continueranno ad andare a messa da grandi, se non si perderanno per strada, ma quando vedo che mio figlio di 3 anni non mangia se prima non ringrazia Gesù e tutti dobbiamo seguire lui nel fare il segno della croce, penso che siano piccoli segni di un seme piantato che, se innaffiato con costanza, amore e coerenza, porterà i frutti a suo tempo.
Naturalmente anche le coppie che non hanno figli sono Chiesa domestica e possono educare alla fede le persone con cui si relazionano ogni giorno, la cosa che ritengo sia importante, in tutti i casi, è vivere la fede e coltivare il rapporto con Dio nella triplice dimensione (individuale, di coppia e comunitaria) con amore e semplicità, perché il Padre cerca adoratori in spirito e verità[2].
Sfruttiamo allora questo momento liturgico della Quaresima che la Chiesa ci offre, per pregare in famiglia, anche per brevi momenti e con preghiere semplici, spontanee, e spiegando e meditando tutti insieme, il mistero che ci accingiamo a celebrare. Affidiamoci a Dio, affinché possa aiutarci a vivere prima di tutto e a testimoniare poi, la fede agli altri.
Buon inizio di quaresima!

Dott.ssa Giusi Perna

[1] 1 Cor 15, 3
[2] Gv 4, 23-24

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